Stefano Casarelli: intervista su «Astana»
Classe 1966, milanese, laureato alla Bocconi, Stefano Casarelli ha costruito gran parte del proprio percorso professionale nel mondo delle multinazionali e degli investimenti internazionali, entrando in contatto con realtà geografiche e culturali differenti. Dopo numerosi articoli di economia e finanza, con «Astana», pubblicato da Il Cielo nella Carta Edizioni, firma il suo primo romanzo.
Una città che esibisce la propria grandezza, personaggi che sfuggono ai progetti del loro autore e una storia che cambia passo fino a farsi incalzante. In «Astana», Stefano Casarelli intreccia la ricerca sui luoghi con la libertà dell’immaginazione. In questa intervista racconta come ha costruito il romanzo, le scelte che ne hanno segnato il percorso e il suo rapporto con la scrittura.
La capitale kazaka, con i suoi simboli, le tracce del passato sovietico e i suoi centri di potere, offre al romanzo molto più di uno sfondo. Casarelli accompagna il lettore dentro gli ambienti e la psicologia dei personaggi, dalla festa alla piramide fino a una seconda parte dal ritmo serrato, a tratti cinematografico. E alla domanda su ciò che vorrebbe lasciare dopo l’ultima pagina risponde: «Con la voglia di leggere il seguito…».
Stefano, prima del romanzo:
1. Chi è Stefano Casarelli e quale posto occupa la scrittura nella tua vita?
Direi che scrivere è sempre stata una mia grande caratteristica: mi viene naturale e a volte mi lascio prendere quasi da un senso melodico della frase, al punto che, rileggendo quanto scritto, sono contento quando sento che l’avrei riscritta esattamente nello stesso modo. Ovviamente ciò funziona soltanto quando scrivo qualcosa di particolarmente accorato, a cui tengo veramente. Nei messaggi e nel mondo del lavoro, invece, sono estremamente telegrafico. In pratica, coesiste in me un uomo estremamente pragmatico ed efficiente che ogni tanto, invece, mette una maschera romantica e sentimentale.
2. «Astana» è un titolo che porta immediatamente il lettore verso un luogo preciso e, per molti, ancora lontano e poco conosciuto. Perché hai scelto proprio questo titolo?
Mi piacerebbe molto che i lettori venissero incuriositi dal contesto e della cultura del Kazakistan e, dando al romanzo il nome della capitale, ho sperato di centrare questo obiettivo. Paradossalmente, le bellezze naturali ed altre località nel paese sono però molto più affascinanti della capitale stessa, dove si svolge parte dell’azione, per cui questo vorrebbe essere solamente un punto di partenza del cammino che invito il lettore a fare.
3. Cosa rappresenta Astana all’interno del romanzo: soltanto uno spazio geografico oppure anche qualcosa di simbolico?
Astana è di per sé la celebrazione di molti simboli ed essendo, sostanzialmente, una capitale artificiale, sconta il passaggio dall’epoca sovietica ad un modernismo anche fin troppo spinto e non sempre coerente con lo stile di vita della popolazione. Per molti aspetti si può osservare una grandezza che non riesce ad essere grandiosa, ma, in quanto capitale, è sede di lobby e centri di potere di ogni tipo. Perdonate il paragone, ma a me Washington ha sempre fatto lo stesso effetto, pur non c’entrando nulla sotto il profilo urbanistico.
4. Da dove nasce l’idea della storia? C’è stata un’immagine, un incontro, una notizia o un’esperienza dalla quale tutto ha avuto inizio?
In effetti sì, il personaggio di Marco Grifoni è realmente ispirato ad un imprenditore che mi ha proposto di andare a fare business da quelle parti, pur trattandosi di qualcosa di natura molto diversa. Tuttavia, non avendo perseguito quel progetto, mi è sempre rimasta la sliding door in testa, cioè: cosa sarebbe successo se…
5. Quanto lavoro di ricerca c’è stato dietro la costruzione del romanzo e quanto, invece, hai lasciato all’immaginazione?
Direi che molte delle cose legate alla cultura, ai sapori ed alle ambientazioni è frutto di ricerche abbastanza approfondite e di racconti di persone provenienti da quel paese o che lo conoscono bene. Io personalmente dovrei tornarci per un viaggio più approfondito questa primavera. All’immaginazione ho lasciato comunque parecchio, in particolare le sensazioni che trasmette questa città.
6. Quando costruisci un personaggio, parti maggiormente dalla sua storia, dalla sua psicologia oppure dalla situazione nella quale decidi di metterlo?
Direi, in sequenza, che il profilo psicologico è il driver principale; poi la sua storia serve a inquadrare un po’ tutto il personaggio al fine di collocarlo al meglio nella situazione che stiamo immaginando.
7. C’è un personaggio di «Astana» che durante la scrittura ti ha sorpreso, magari prendendo una direzione diversa da quella che avevi immaginato inizialmente?
Assolutamente sì: inizialmente la figura dell’omettino non era pensata per diventare la vera eminenza grigia del romanzo. Poi mi sono detto: perché no? E così ho sviluppato il personaggio.
8. Qual è stato il momento più complesso nella stesura del libro? E quello in cui hai pensato: «Adesso questa storia funziona davvero»?
A me personalmente piace di più la prima metà della storia, nella quale i personaggi vengono caratterizzati ed emergono con un ritmo non troppo serrato e dove ho cercato di rendere al meglio la sensazione degli ambienti ove le vicende hanno luogo, in particolare la festa alla piramide, rispetto alla seconda parte, che invece assume un ritmo molto più martellante e, spero, anche coinvolgente. Conciliare il passaggio tra queste due fasi non è stata cosa semplice.
9. Senza anticipare troppo al lettore, con quale sensazione vorresti che si chiudesse l’ultima pagina di «Astana»?
Con la voglia di leggere il seguito…
10. Il libro che arriva nelle mani del lettore è uguale a quello che avevi immaginato quando hai iniziato a scrivere oppure, durante il percorso editoriale, è diventato qualcosa di diverso?
Dopo la prima metà ho immaginato più di uno scenario, tre per l’esattezza, per proseguire e rendere il romanzo interessante. Per la seconda parte ho quindi optato per una stesura molto serrata che mi pare a volte persino cinematografica, scartando una versione troppo finanziaria ed una troppo tecnica.
11. Per chiudere, completa questa frase: «Scrivere Astana mi ha insegnato che…»
È semplicissimo iniziare a scrivere, molto meno continuare e ancora meno finire.
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